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| Una parte di me, che indugia sugli occhi che sanno leggere. |
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Dall'aeroporto di Madrid
Ed ecco qui, la prima tappa del viaggio in Honduras: Madrid.
Una postazione internet nell'aeroporto, in una lunga attesa della coincidenza (?)per Miami.
E' bello lasciare parole da ogni parte del mondo, mentre persone vacanziere ti passano accanto diretti verso destinazioni esotiche tipo l'Avana, Bogota', Lima, Bucarest.
Il collegamento costa 1 euro ogni sei minuti.
Ho ancora quasi tre ore davanti a me prima del volo. Per fortuna c'e' un angolo fumatori, dove vado di tanto in tanto (di poco in poco, a dire la verita').
Npn male la tastiera spagnola, anche se non ha le lettere accentate e bisogna mettere l'accento manuale.
Scrivere in piedi e' una cosa strana, e' un po' come essere in prestito. Ed infatti, ora, le mie parole, scorrono incerte e senza molto costrutto.
Ma queste righe resteranno, e mi piacera' rileggerle.
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scritto da martino alle ore 14:45
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Si muore una volta sola
Ho sognato, una notte di qualche tempo fa, il ritorno di mia madre, morta ormai da un anno e mezzo di malattia. Era lì, sorridente, un po’ sorpresa di rivedermi (lei!) dentro casa, mentre dovevo, come normalmente sono, essere a casa mia, a Roma, in un’altra città. Ero lì per lavoro, nel sogno, solo per un giorno o due.
Ero pieno di gioia nel rivederla viva, felice. Non mi pareva vero.
Poi, sempre nel sogno, è venuto il momento di tornare a casa mia, di lasciarla. E non ne ero capace. Non volevo più partire, ora che l’avevo ritrovata. E ho cominciato a pensare che prima o poi sarebbe morta di nuovo, inesorabilmente, anche se di morte naturale. E ho capito che non ce l’avrei fatta a perderla un’altra volta, ad affrontare di nuovo il lutto. E che la mia vita, a quel punto, non sarebbe stata più la stessa, condita dall’incapacità di stare distanti.
E tutto mi è stato chiaro, al risveglio. La morte è definitiva. Ed è giusto che sia così. Non potremmo sopportare una sua replica. Rivivere la perdita.
E se anche ora un folletto venisse da me ad offrirmi mia madre in vita, forse (dico forse) rifiuterei.
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scritto da martino alle ore 17:42
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Dubbi
Dubbio XIII
Era gravida monna Berniciglia e vide un cazzo dalla sua finestra colla testa sì grossa, che somiglia ad un grosso bolzon d'una balestra; lei, che voglia n'avea, lo prese a briglia tutta gioiosa colla sua man destra e se lo pose in bocca con gran furia. Peccò costei di gola o di lussuria?
Risoluzione XIII
Né in l'un né in l'altro avea costei peccato giudico, se con Bartol non m'inganno, nel titol delle somme dello stato imperiale, ove non può né affanno né pena aver chi ha il ventre ingravidato, acciò che il parto non ne senta danno. Similmente a costei non dee vietarsi cosa che al ventre venga utile a farsi.
Pietro Aretino, Dubbi amorosi
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scritto da martino alle ore 17:01
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Un classico.
Franti teneva il viso basso, impassibile. Il Direttore lo guardò, stette un po' pensando, poi disse: - Franti, va' al tuo posto. - Allora la donna levò le mani dal viso, tutta racconsolata, e cominciò a dir grazie, grazie, senza lasciar parlare il Direttore, e s'avviò verso l'uscio, asciugandosi gli occhi, e dicendo affollatamente: - Figliuol mio, mi raccomando. Abbiano pazienza tutti. Grazie, signor Direttore, che ha fatto un'opera di carità. Buono, sai figliuolo. Buon giorno, ragazzi. Grazie, a rivederlo, signor maestro. E scusino tanto, una povera mamma. - E data ancora di sull'uscio un'occhiata supplichevole a suo figlio, se n'andò, raccogliendo lo scialle che strascicava, pallida, incurvata, con la testa tremante, e la sentimmo ancor tossire giù per le scale. Il Direttore guardò fisso Franti, in mezzo al silenzio della classe, e gli disse con un accento da far tremare: - Franti, tu uccidi tua madre! - Tutti si voltarono a guardar Franti. E quell'infame sorrise.
Edmondo De Amicis, Cuore
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scritto da martino alle ore 16:52
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Incipit
– Mi leccava, mi leccava, come fosse un cane. Uno schifo che non ti dico – raccontò Angela ancora un po’ scossa.
– Ma come, proprio con la lingua? Così? – chiese Francesca tirando fuori la lingua e muovendola a destra e a sinistra.
– Ma sì, ti giuro, una cosa schifosissima, tutto bavoso, bleah!
Angela e Francesca erano sedute vicine sulla panchina nel piccolo parco sotto casa, in quelle ore dolci del primo pomeriggio sul finire di maggio, in cui il calore primaverile avvolge le case, le strade, ed i piccoli parchi sotto casa, appunto. Erano tornate da scuola, avevano mangiato, e prima di cominciare a fare i compiti erano scese un po’.
– Ti devo raccontare una cosa orribile – le aveva detto Angela poco prima al telefono – no, qui non posso, scendi giù, che ti racconto. Così erano scese.
– Beh, ma come è successo? Cioè, lui è venuto lì e ha cominciato a baciarti?
– Ma no, dai. Mi ha incontrata mentre tornavo da scuola, mi ha accompagnata per un pezzo, fino alla fermata dell’autobus. Cioè, Roberto mi piaceva, lo conosci, è un bel ragazzo, no? Beh insomma, non immagini, stavamo camminando e lui mi diceva cose carine tipo che ero bella, che mi aveva vista per strada tante volte, cose così. Poi mi fa: “hai mai dato un bacio vero, tu?” Oh, io non sapevo cosa rispondere, Fra, mi credi? Perché io non ho mai baciato nessuno, ma non volevo che se ne accorgesse, no? Però non potevo dirgli di sì, che so che si vedeva benissimo che era la prima volta.
Francesca la ascoltava giocherellando con il fermaglio per i capelli, che teneva in mano. Abitavano da sempre a poche centinaia di metri l’una dall’altra, ma ora andavano in due scuole diverse. Angela era infatti più piccola di un anno e faceva ancora la quinta elementare, mentre Francesca stava finendo il primo anno di scuola media. Nonostante ciò Angela era più sviluppata di Francesca e sembrava lei, la più grande. Era più alta, il seno, unica nella sua classe, le era già cresciuto in modo visibile, seno di cui si vergognava e che cercava sempre di nascondere sotto maglie e magliette più larghe del necessario, era, insomma, una piccola donna.
– Sì, Roberto è carino, lo conosco, va in terza, nella mia scuola, nell’altra sezione – disse Francesca – e quindi cosa hai fatto?
– Io niente. Lui invece si è fermato, mi ha presa e ha avvicinato la sua bocca alla mia. Io pensavo che mi baciasse così, sulle labbra, per cominciare. Ti ricordi che belle labbra che ha Roberto, no? Ero agitatissima. Ho chiuso gli occhi e ho sentito il suo fiato sulla bocca. E poi subito tutta quella saliva, calda, bagnata, mamma mia Fra che impressione. Non me l’aspettavo. Ho stretto le labbra, ho cercato di staccarmi da lui, ma mi teneva stretta la testa, premeva, leccava, non la finiva più. E mi toccava dappertutto. Dio che impressione, Fra, non hai idea, quello stronzo bavoso. Appena a casa mi sono lavata la faccia. Ma mi sembra ancora di sentire il suo odore e le sue mani addosso. Che vergogna, Fra, e non sono neanche riuscita a mangiare.
(Continua...)
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scritto da martino alle ore 13:29
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Il grande Queneau
Il venticinque settembre milleduecentosessantaquattro, sul far del giorno, il Duca d'Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano qua e là. Sulle rive del vicino rivo erano accampati un Unno o due; poco distante un Gallo, forse Edueno, immergeva audacemente i piedi nella fresca corrente. Si disegnavano all'orizzonte le sagome sfatte di qualche diritto Romano, gran Saraceno, vecchi Franco, ignoto Vandalo. I Normanni bevevan calvados. Il Duca d'Auge sospirò pur senza interrompere l'attento esame di quei fenomeni consunti. Gli Unni cucinavano bistecche alla tartara, i Gaulois fumavano gitanes, i Romani disegnavano greche, i Franchi suonavano lire, i Saracineschi chiudevano persiane. I Normanni bevevan calvados. Tutta questa storia- disse il Duca d'Auge al Duca d'Auge,- tutta questa storia per un po' di giochi di parole, per un po' d'anacronismi: una miseria. Non si troverà mai via d'uscita? Affascinato, continuò per alcune ore a osservare quei rimasugli che resistevano allo sbriciolamento; poi, senz'alcuna ragione apparente, lasciò il suo posto di vedetta e scese ai piani inferiori del castello, dando di passata sfogo al suo umore cioè alla voglia che aveva di picchiare qualcuno. Picchiò, non la moglie, inquantochè defunta, bensì le figlie, in numero di tre; battè servi, tappeti, qualche ferro ancora caldo, la campagna, moneta, e, alla fine, la testa nel muro.
Raymond Queneau, I fiori blu
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scritto da martino alle ore 10:57
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Voglio la mammaaaa!
La partenza è ormai vicina. Si preparano le ultime cose, che a dire il vero sono ancora quasi tutte. Lavatrici, stiraggi, ultimi acquisti, riordinamento dei file e dei documenti di lavoro da portare con sè.
Finire di lasciare le consegne in ufficio, terminare di scrivere alcune cose. Tagliarsi i capelli. Andare a casa di un amico che mi presta un valigione Samsonite.
Un nemmeno troppo leggero stato d’ansia e di agitazione mi accompagna. Ho la sensazione di dimenticare cose importantissime, fondamentali. E chissà, forse le sto dimenticando davvero e me ne accorgerò solo a Tegucigalpa.
Mi sembra di essere tornato a quando ero piccolo e partivo per andare in colonia. Sapevo che ci dovevo andare, sapevo anche che alla fine mi sarei divertito, ma sarei sceso dal pullman di corsa per rifugiarmi tra le braccia di mia madre che mi stava salutando.
Non si smette mai di essere un po’ bambini, in fondo.
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scritto da martino alle ore 10:17
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Il grande Perec
PREAMBOLO
L'occhio segue le vie che nell'opera gli sono state disposte
Paul Klee, Pädagogisches Skizzenbuch
All'inizio, l'arte del puzzle sembra un'arte breve, di poco spessore, tutta contenuta in uno scarno insegnamento della Gestalttheorie: l'oggetto preso di mira - sia esso un atto percettivo, un apprendimento, un sistema fisiologico o, nel nostro caso, un puzzle di legno - non è una somma di elementi che bisognerebbe dapprima isolare e analizzare, ma un insieme, una forma cioè, una struttura: l'elemento non preesiste all'insieme, non è più immediato né più antico, non sono gli elementi a determinare l'insieme, ma l'insieme continua...
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scritto da martino alle ore 16:50
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Tessiture digitali
E’ spesso un'emozione accendere un contatto che prima non c'era, dare luce ad un filo di comunicazione potenziale che avrebbe potuto "non essere mai".
Tra la tante stranezze della rete c'è anche questa curiosa possibilità di intrecciare menti lontane, che altrimenti, non si sarebbero nemmeno sfiorate. E invece, come per miracolo, forse anche un po' protetti dalla distanza, o alleggeriti dall'obbligo morale del riscontro (che il contatto reale in qualche modo implica), ci si trova a godere di vicinanze inaspettate, di simpatie istintive, piccola cosa, forse, ma che, assieme ad altre, scalda la vita, costruisce leggeri momenti di piacere, verso i quali nutro particolare propensione.
Ha uno strano e delicato fascino avvertire un sottile legame mentale con qualcuno che non conosci, di cui non sai l'età, l'aspetto, le abitudini, di cui ignori lo sguardo, le mani, gli amici, la "fisicità sociale", se così si può dire.
Ha un che di prezioso intessere pensieri per qualcuno che, da qualche parte, al di là del video, forse vive e sente le stesse cose che tu vivi e senti: acuisce la mente, stimola la concentrazione, accresce la sensibilità.
Come un cieco riconosce le persone dalla camminata o dal respiro, noi, qui, ci riconosciamo da piccole sfumature del linguaggio, da una virgola messa "lì anziché là", da un verbo, da una parola in più o in meno, da uno spazio "dentro" e "oltre" le parole scritte, un marchio, un bacillo benefico, un anticorpo difensivo, quasi un "odore delle parole" che ci portiamo addosso come i cani e continuamente annusiamo in cerca dei nostri simili.
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scritto da martino alle ore 16:33
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Gli adulti.
"Quando voi gli parlate di un nuovo amico, mai si interessano alle cose essenziali. Non si domandano mai: "Qual è il tono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?" Ma vi domandano: "Che età ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?" Allora soltanto credono di conoscerlo. Se voi dite ai grandi: "Ho visto una bella casa in mattoni rosa, con dei gerani alle finestre, e dei colombi sul tetto", loro non arrivano a immaginarsela. Bisogna dire: "Ho visto una casa da centomila lire", e allora esclamano: "Com'è bella.."
Saint-Exupéry, Il piccolo principe
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scritto da martino alle ore 16:15
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Roma VS Milano
Roma mi sta regalando la "sostenibile leggerezza dell'essere" che Milano, dove ho abitato per nove anni fino a quattro anni fa, mi ha sempre negato, strega fattucchiera con gli occhi neri di smog.
Non posso non confrontare, ora che vivo qui, la mia vita romana con quella milanese, vissuta tenacemente per tanto tempo. Ho riflettuto molto sulle principali differenze tra le due città, una sotto gli occhi, l'altra nella memoria.
Roma, mi pare, è una città che, a dispetto della sua dimensione e complessità, è ancora espressione dei cittadini che la abitano. E' ancora una città fatta di persone, di relazioni sociali, profonde o occasionali, culla di varia umanità. E' una città dove i luoghi e le forme del potere (politico e religioso) si rappresentano chiaramente come apparati autonomi, al di fuori e al di là del vivere quotidiano, che può pertanto conservare una certa attitudine all'ironia, alla satira, alla derisione di qualcosa al di fuori di sé. L'integrazione sociale sembra essere misurata sulla quantità e articolazione dei rapporti sociali che ciascuno riesce a costruire.
Anche il rapporto con la città fisica consente, di tanto in tanto, un'osservazione dall'esterno: fumando una ultima sigaretta notturna sul belvedere del Gianicolo posso guardare la città e pensare ad essa dal di fuori, assorbendo per un istante la dolce sensazione dell'individualità.
Milano, al contrario, forgia i cittadini, li arruola, addestra ed assorbe in un organismo che sembra vivere di vita propria. Le forme del potere (questa volta economico) sono diffuse, capillari, ognuno ne fa parte. Chi ne è fuori (chi non lavora o non lavora in modo strutturato è, e si sente, un off side). Il grado di integrazione sociale si misura nel contributo che ciascuno porta alla vita e riproduzione dell'organismo e delle sue regole (chelavorofaiquantoguadagni), perpetuando, a catena, l'arruolamento e l'addestramento di nuove forze vitali.
L'orografia della città non consente momenti di estraniamento: l'unica forma di affermazione della propria umanità è la rituale fuga fine settimanale verso propaggini montane e lacustri della propria vita urbana. Milano è una città che avvilisce, che ottunde la forza e la voglia di guardare lontano e scoprire che il mondo è più ampio, articolato e forse più bello di quanto non sembri visto da lì.
Ho l'impressione, guardando da lontano, che Milano cancelli la possibilità di sperare, di guardare oltre e al di là della vita reale e quotidiana.
Ora è così.
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scritto da martino alle ore 15:53
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Discrepanze.
Sarei stato dell'umore giusto, oggi, per stare a pranzo su una terrazza in riva al mare, con una leggera brezza fresca, all'ombra di quelle tipiche coperture in canne, di fronte ad una tavola apparecchiata con una tovaglia bianca e immacolata, continua...
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scritto da martino alle ore 15:36
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Volgo lo sguardo...
...e dalla mia finestra vedo il tronco di un pino, su cui, spesso, passeggiano verticalmente uccelletti che becchettano la corteccia in cerca di chissà che. Ogni tanto li guardo, e li trovo simpatici, così appesi all'albero, così apparentemente ignari della forza di gravità, che riescono a passeggiare sul tronco verticale perchè non pensano di poter cadere e, comunque, non ne avrebbero paura.
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scritto da martino alle ore 15:16
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E poi c’è chi dice “beato te”.
Ancora qualche giorno, poi si parte. In vacanza, penserà qualcuno. Nient’affatto. Per lavoro. Centroamerica. Honduras, per essere più precisi (non che ami essere preciso, ma con la geografia c’è poco da scherzare. Forse per questo odio la geografia).
Un viaggio di trentasei ore, quattro aeroporti, continua...
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scritto da martino alle ore 17:18
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Siamo persone
Siamo persone, prima di tutto persone, tutti noi, qui. Ognuno di noi (o quasi) ogni anno fa le sue vacanze, sta con i figli (chi ne ha), con il partner (chi lo ha), con la famiglia, con gli amici, qualcuno forse anche da solo.
Ognuno di noi parla, mangia, cammina, ride, scherza, piange, a volte, scrive, continua...
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scritto da martino alle ore 16:09
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Viaggio
Una carezza, qualcosa si scioglie e ti riempie di dolcezza.
Ricordi per un momento il tuo essere bambino e l'oblio della poppata morbida che bagna il palato.continua...
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scritto da martino alle ore 17:14
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Stefano Benni, Spiriti. |
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cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione...E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser...E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia... E' tempo di morire |
| Sto ascoltando... |
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I Beatles. E ce n' fino a mai. |
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Essere felice anche quando non lo sono. |
| Frase: |
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Sono cos Narciso che quando mi guardo allo specchio la mia immagine ad invidiare me.
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